Contributo Critico Dott. Francesco Giulio Farachi

Contributo Critico Dott. Francesco Giulio Farachi

Una fisionomia del visibile

 Francesco Giulio Farachi

La ricerca espressiva che ha condotto Alessandra Casciotti fino a questa esposizione si è sviluppata con la tenacia e la sensibilità proprie del lavoro d’artista. Sono consapevole del fatto che alcuni trovino imbarazzante l’uso del termine “lavoro” riferito all’operato degli artisti. Ma nel caso specifico lo trovo invece massimamente appropriato, perché nella Casciotti, e più che in tanti altri, gli aspetti ispirativi e poetici si sono sempre scrupolosamente accompagnati a una disciplina di sperimentazione, non solo tecnica, ma anche e soprattutto personale e umana. Questo fa sì che nei suoi quadri siano evidenti l’intenzione e l’attenzione a trasferire in essi, oltre al rigore di un ammaestramento dell’elemento pittorico e della raffigurazione, anche la coscienza di un ordine delle cose che deve essere conosciuto per essere interpretato.

Tanto più che la pittura della Casciotti è una pittura “significante”, in cui cioè la rappresentazione visiva non è mai fine a sé stessa, neanche nel minimo particolare, ma implica costituzionalmente il rimando a un senso, a una ragione, a una qualità ulteriori. Per essere ancora più chiari, i caratteri simbolici non sono solo intrinseci (come in qualsiasi opera d’arte, dato che ogni opera d’arte di per sé esprime un plus-valore, un valore/senso/significato soprastante e in più e altro, rispetto alla pura e semplice materia o rappresentazione), ma sono essi stessi fulcro, aspetto esteriore e soggetto-oggetto di ogni dipinto. Il che farebbe facilmente accostare questo lessico espressivo a quello dei pittori simbolisti.

Troppo facilmente…

Infatti nella Casciotti mancano quasi del tutto quelle atmosfere attonite e trasognanti, liquide, da “deragliamento dei sensi”, e quelle distanze d’incomunicabilità, di non-sense, di muto psichismo che sono invece distintive dei simbolisti (come anche dei surrealisti e dei metafisici, che sono per molti versi a loro prossimi).

La pittrice, da parte sua, si ritaglia invece un mondo di riferimenti, è vero, a volte fascinosi, nascosti, a volte eruditi, sapienziali, ma immediatamente individuabili, sempre correlabili a principi e a sentimenti ben precisi e riconosciuti che ella vuole esprimere e partecipare. Per questo le è cara, ed è una costante del suo orizzonte pittorico, la superficie del mito e delle antichità, perché è una trasposizione visionaria del presente umano e delle sue categorie fondanti, perché è una realtà che implica lo sforzo di conoscenza, che non nega il mistero e l’ineffabile, ma li adopera come strumenti anch’essi dell’esperienza e della crescita umane.

Anche visivamente poi, la pittura ha un’impronta estetica che è invariabilmente un codice aperto, privo di sovrastrutture, libero di accogliere luci e tensioni cromatiche, limpido nel modulare geometrie e piani ottici. Si percepisce chiaramente che tale facilità di lettura non si chiude in sé, ma, proprio per il fatto di esser così, pervade e riecheggia i contenuti concreti dell’immaginario allegorico.

Se ogni opera è dunque anche dal punto di vista tecnico-formale allusione e metafora, rimando a una più complessa natura delle cose, dei personaggi, dei momenti emotivi ritratti; al tempo stesso, la successione e intersezione degli ordini di percezione persegue un intento chiarificatore, di comprensione, di disvelamento ed esemplificazione dei contenuti.

Questi simboli della Casciotti sono più che altro degli emblemi, non occultano ma dichiarano.

Nelle opere che direttamente si ispirano al mito e alla tradizione, dalle prime realizzate fino alle più recenti (penso quindi ad Amore Trionfante, a Incanto orfico, alla complessa composizione classicheggiante di Espressioni dell’Arte, e ancora a L’Autunno e La Primavera, che completano il ciclo de Le stagioni) la figurazione si raccoglie in un’impressione di prevalente bidimensionalità, entro una leggerezza di corporeità impalpabili, dove masse, volumi e prospettive si segnano solo nella definizione dei chiaro-scuri e delle velature cromatiche, lasciando che contro gli sfondi, intorno alla polita essenza dei corpi e degli oggetti, si rapprenda primariamente l’accezione del riferimento simbolico, e si modelli, pura e netta, la luce.

È pertanto una luce che illumina vita e interiorità, è intuizione dell’esistente, spiritualità di bellezza e armonia che Alessandra Casciotti spinge a sondare per sé e per chi osserva. Ed è la stessa luce, la stessa tensione energetica ed ellittica che agisce nei lavori astratti o dove l’elemento figurale diviene componente esplicativo di un pattern immateriale e concettuale (si guardi ad esempio a Ciclicità della vita o, nel secondo caso, a Opportunità).

Non si avverte, e non c’è, perciò uno iato fra i dipinti figurativi e quelli astratto-geometrici. Intanto, anche perché non si potrebbe per questi ultimi con certezza affermare una totale aniconicità dell’immagine; rimane la suggestione di una raffigurazione, il sottinteso di una forma non solo sublimata e fantastica, pur sempre attinente alla realtà concreta. Di converso, nella produzione figurativa, a volte è assente una stretta associazione realistica fra i soggetti, e la composizione si bilancia invece su un gioco di astrazione logica che viene resa anche luministica e visiva, : è il caso di tele come ad esempio Le Metamorfosi, o Tyche, o la già citata Amore Trionfante, di tutti quei dipinti cioè dove manca, oppure è latente, il legante di una descrizione/narrazione o di una vera ambientazione/contestualizzazione e dove la figura si staglia come flash praticamente assoluto di colore e forma; o ancora come, sempre per esempio, nei quadri La luce del Mito o, di nuovo, Incanto Orfico, in cui architetture e scenografie danno all’occhio il ritmo psichico di una scansione geometrica e modulare.

Come si vede quindi, forma naturale e forma mentale, forza istintiva della rappresentazione e artificio del colore, vivono sempre in simultaneità nei modelli immaginativi dell’artista.  Tuttavia è anzitutto il processo poetico che è identico e coerente in tutte le opere della pittrice. L’immagine si fa attraverso la sintesi lirica e volitiva di idea e visione, equilibra il dato di fatto di colori e superficie con l’immaterialità dei valori, dei sentimenti, dei significati. Ma poi è un incrocio magico. La fisicità della tela e dei pigmenti accoglie, e diventa essa stessa, l’intangibile consistenza della proiezione fantastica, dell’arte, della bellezza; simultaneamente le idealità e le passioni prendono corpo come dense stesure dei fondi, nel tradursi sostanza degli olii viscosi e saturi. Figura o non-figura, geometrico oppure ornato, non è solo questione di medesima mano e medesimo stile, ma ogni quadro di Alessandra Casciotti esce dal medesimo universo di corrispondenze paradigmatiche fra invenzione e realtà, per invadere lo sguardo al di là della tela.

Per questo, nell’attuale esposizione, la presenza di dipinti così vari dal punto di vista sia tematico sia formale è pensata in funzione, non di restituire una silloge meramente inventariale della produzione dell’artista, quanto di approntare una stasi di connesse visioni, ad annullare quasi la percezione per sequenza frammentata, ma anzi affinché risulti e permanga la sensazione d’insieme di un processo creativo che, attraverso il filtro dell’operare pittorico e della meticolosa ricerca formale, distilla emozioni, memoria, pensiero e affascinazioni. Tutti questi quadri posseggono un’anima comune, che è quella del concetto che li sostiene.

La convinzione che un’idea possa avere una conseguenza sul modo di apparire del mondo, si trasporti in una fisionomia del visibile e lasci a noi lo stupefatto ardore di afferrarne i tratti, recupera per l’artista, e per tutti noi che osserviamo, una dimensione di relazione fisica e sensoriale con aspetti d’umanità intima e potente.  Ed è forse proprio per tale “istintuale intenzione” della Casciotti di avvertire e far avvertire affinità e senso, che tutti questi quadri, persino quelli più controllati da assetti geometrici e ricombinazioni ottiche, sono come attraversati da una sorta di fluido erotismo, da una coscienza e da un desiderio del bello che l’artista dosa con sensibilità tutta femminile. Cosicché non è tanto o soltanto per la morbida sensualità ad esempio dei nudi, né per la calda compattezza delle tessiture cromatiche, non è in generale per il suadente manierismo della rappresentazione… ma, osservate, questi lavori abitano la parete e si concedono a una confidenza con lo sguardo da far perdere il senso di tempo e spazio, celano e immediatamente disvelano i loro segreti, proprio come in un gioco d’amanti.

Basta lasciarsi andare a questa seduzione contemplativa e liberatoria per capire l’approccio che Alessandra Casciotti ha con i suoi lavori: un rapporto di reciproco abbandono a emozioni e sensazioni che l’artista trasferisce alla tela, che la tela restituisce all’artista.

È un modo di articolare e sublimare quello che è un processo spontaneo in ogni essere umano, crearsi propri concetti e una propria immagine mentale del mondo. Processo che nell’artista diventa delineazione di personificazioni e ordini attraverso cui la propria esperienza fisica e psichica, e il mistero e il fascino in esse, si compongano in visione armonica; e visione che a sua volta poi diventi opera, quindi superficie di contatto tangibile e ormai incontrovertibile con il mondo esterno, con l’alterità di chi osserva, con l’instabilità anche del proprio io che col tempo cambia e cresce.

Da qui il titolo – Forma mentis – che di questa mostra immediatamente dichiara la complessa unità, il profilarsi, nel lavorio del tempo e secondo il rinsaldarsi dei principi, di un carattere distintivo, di un modo di concepirsi e di stare nel mondo, con in più la lusinga d’incontrare questa personalità del vivere nell’invenzione immaginifica della materia pittorica. Alessandra Casciotti, con il suo cosmo di significati e archetipi, con i suoi riferimenti ideali di bellezza e verità, con il proprio riversarsi, sensazione e azione, nell’accensione dei suoi colori, fa dell’arte una manifestazione, insieme passionale e ragionata, di una perfetta libertà, in cui molto implicare, in cui molto accertare della nostra stessa fantasia, della nostra stessa realtà.