Contributo Critico Dott. Francesco Giulio Farachi

Contributo Critico Dott. Francesco Giulio Farachi

Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre (*)
* Saturnino Secondo Salustio, Sugli Dei e il mondo, IV, 8

 

È facile assaporare il retrogusto di una sottile invidia davanti ai quadri di Alessandra Casciotti. Non solo per l’ovvia ragione della pittura, per quella capacità cioè dell’artista di trasporre in resa figurale e luministica senso e nozione di un personale stato d’animo, di un impulso creativo o di una suggestione. Si avverte invece da subito di venir calati in una dimensione emotiva e ideale che, sotto il velo ornato delle sue allegorie e finzioni, pure manifesta pienamente la sua sorprendente concretezza, il paradosso di una indecifrabile evidenza. E che a quel punto diventa necessario riconoscere e condividere, quasi si venisse a scoprire solo allora, davanti ai quadri, quanto essa faccia parte della vita di ognuno, quanto il suo fascino e la sua effettività siano presenti persino nella più distratta delle quotidianità. Si tratta della dimensione in cui la coscienza dell’uomo si svincola dalla piana oggettività, e pure non la ignora, ma prova a coglierne i significati profondi, quelli che la connettono all’anima e alla psiche, ai sentimenti e alle proiezioni fantastiche, alle esperienze e alla memoria, quelli che si cercano e si trovano nel colloquio intimo con sé stessi e che costantemente si confrontano con quel mistero di fisicità e spiritualità che è propriamente l’esistenza umana. Dimensione che perciò non è soltanto emotiva e ideale, non soltanto contemplativa e astratta, ma che ha anche sapori e odori, ha sguardi e incontri, sfioramenti e desideri. Invidia, dunque, nel constatare non solo la dote dell’artista di individuare con precisione tale dimensione, ma anche e soprattutto quella di restituire attraverso l’invenzione di un’immagine il valore lirico e invadente della sua universalità.

Proprio per questo, nei lavori di Alessandra Casciotti il ricorso così frequente e appassionato ai soggetti mitologici è qualcosa che va al di là di una predilezione puramente immaginativa o di modello iconografico. Il carattere simbolico e allegorico di questi soggetti, divinità ed eroi, personificazioni ed epifanie, è maturazione di un sottostante, principale, coinvolgimento umano, è la rappresentazione della centralità di una ricerca di senso e ordine, di bellezza e misura, di fronte al caos imperscrutabile dei fenomeni e delle passioni. Ricerca che non ha epoca né collocazione geografica o culturale, ricerca che è costante umana, e che nel mito trova espressione poetica e affabulatrice (scriveva il filosofo neoplatonico Salustio, “queste cose non avvennero mai, ma sono sempre”). Sebbene nelle tele della Casciotti i riferimenti, forse per affezione, esperienza, immediatezza comunicativa, siano principalmente riconducibili al mondo classico greco-romano, e ancorché la pittrice non trascuri per essi una inevitabile attenzione filologica, pure l’intento è evidentemente più ampio e generale, è quello di immaginazione e di immersione in una “atmosfera mitica”, dove tempo e spazio sono sempre quelli presenti, la vita è immanente, la vicenda umana concomitante. Tanto che a una raffigurazione tradizionale dei suoi soggetti, la Casciotti addossa una trattazione che dona loro la fisionomia della contemporaneità. Essi sono sempre meno statuari e meno remoti di quanto non si direbbe, sempre un po’ più genuini e confidenziali di quanto non richiederebbe la loro iperuranica natura. In questo possiedono però la loro verità in certo qual modo rivoluzionaria. O per lo meno a cui noi forse non siamo più abituati, noi che siamo innamorati di un’idea di spiritualità come fosse una sorta di alternativa liberatoria alla schiavitù delle pulsioni carnali e primarie e tendiamo a scindere la qualità eccellente e sublimata dell’anima da quella invece ordinaria e vile del corpo e del mondo. Ecco che la Casciotti ci fa vedere ancora la complessa completezza dell’essere, l’uomo che assomma in sé la potenza del divino e la bellezza del vivere e sentire. Ciò che poi è proprio il fascino ancestrale e perdurante del mito. È dunque lo stupore, la meraviglia, l’incanto di fronte a questa armonia del reale che lega l’immaginario al cosmo di simboli e significati che l’artista trasferisce sulla tela. Armonia che è dolce e gioiosa, profonda e meditativa, limpida e posata, proprio come il tenore cromatico e compositivo della pittura della Casciotti. Il colore regola assetto e aspetto di ogni singolo dipinto, per ogni singolo dipinto appronta una nota di dominanza, luce, carattere, accezione alla visione e al sentimento. Ma prima di tutto, il colore è sfondo assoluto, campitura tesa e uniforme in cui lo spazio comprime sé stesso fino a diventare infinito; spazio senza punti d’orientamento, senza scorci o successione di piani, per ciò stesso è spazio mentale, spazio che deve solo essere. Perché in esso abita un’idea di grazia e di bellezza. Ideale etico ed estetico coincidono, così come poi collimano nel segno e nei toni pittorici, nelle precise scansioni geometriche e architettoniche, nei riferimenti fra gli elementi figurativi e le proporzioni. La pittrice insegue fieramente, con l’istinto e con l’attenzione, non la pedanteria formale, bensì la compattezza e saldezza dell’intero impianto, insieme visivo e concettuale, dell’opera. Giacché l’armonia nella pittura, come nella vita, è una scelta di inclusione, è scegliere lo sguardo d’insieme, scegliere l’accordarsi dei colori e il distribuirsi delle forme. È insomma una disposizione d’animo, un modo di guardare alla realtà e di avvalorarne interezza e integrità.

Per questo è così latente, eppur così evidente, anche nei quadri più ideali e di concetto, quella vena di sensualità che si avverte scorrere al fondo della stesura dei pigmenti e disposizione delle figure e che ti fa percepire sempre un contatto certo e rilevante, quasi tattile e sensibile, con la tua viva essenza, con le tue relazioni e vicissitudini. Per questo, un universo siffatto, popolato di simboli segreti e divinità perdute, ti appare così vicino e prossimo ai tuoi giorni e per un attimo sembrano colmarsi i distacchi siderali fra i cieli delle idee e le bassure delle passioni e degli istinti. Per questo, quel brillio ironico e suadente, quel contrappasso di sorriso desacralizzante su cui tante volte inciampi per un titolo arguto, per un accostamento inopinato, per una posa o per una sembianza che ti sembrano incongrue o fantasiose, non ti risulta mai arbitrario né decontestualizzato, ma ti riconsegna invece la seduzione di una diversa prospettiva, quella delle infinite possibilità che si affacciano sulla soglia dell’esistente.

L’artista dà quindi al dipinto elementi concreti di costruzione fantastica, e così riconduce la pittura alla sua funzione, alla magia del vedere che travalica il dato puramente retinico e apre varchi di colori e luci e impressioni all’immaginazione, alle idee, alle emozioni; a quella dimensione dilatata e perenne che dà all’uomo la percezione di ciò che va oltre la fisica, la percezione del mistero e dell’ineffabile, forse talvolta del sovrannaturale e quindi del sacro. E così il cerchio si chiude: la pittura si fa materia di idealità, le rappresenta e raffigura, le accosta alla realtà del quotidiano, ritorna a esse come riflessione sulla loro essenza, come stimolo e generazione di nuovi significati.

Qui risiede la modernità dell’arte di Alessandra Casciotti, la sua stretta attinenza con il sentire della nostra età tanto spaventevole e mirabile. È un’arte proiettata verso un umanesimo ancora interamente da conoscere e sondare in cui il ruolo dell’intera esperienza umana e quello delle tensioni spirituali ed emotive non sono mai chiusi entro i confini di un’evocazione di maniera, ma sono pungolo, proposta, promessa per la consapevolezza di un presente e, in definitiva, di un futuro avverabili.

(*) Saturnino Secondo Salustio, Sugli Dei e il mondo, IV,8